La toponomastica maronese – lettera B

Roberto Predali

Bacologico, ex fabbricato industriale
Edificio industriale (mappale 1803) - oggi convertito in appartamenti residenziali - in via Battista Cristini.
Il Premiato Istituto Bacologico di Marone fu iniziato da Leo Dell’Oro - imparentato con gli industriali serici Vismara - per fornire il seme dei bachi (uova) a quanti, privati e ditte, allevavano bachi da seta da vendere alle varie filande che c’erano sulle sponde del lago d’Iseo e di cui una era a Marone (Vismara) e una a Vello (Zenti).
§~ Nel 1867 Luigi Pasteur introduce l’analisi al microscopio delle farfalle riproduttrici quale metodo per combattere l’epidemia di pebrina che stava mettendo in ginocchio il settore. Viene dunque scoraggiata sempre più la riproduzione casalinga, mentre sorgono numerosi stabilimenti bacologici con il compito di selezionare, tramite attenti controlli e opportuni incroci, un seme forte e sano al fine di aumentare la resistenza alle malattie dei bachi e incrementare la quantità e la qualità della seta prodotta.

Bagnadore, contrada di
È la zona pianeggiante a destra del torrente omonimo che la delimita, con via Risorgimento, a Sud; è attraversata dalla strada Provinciale 510.
Nel 1808 i mappali sono 159, 161 (orto annesso alla casa), 258 e 259; nel 1842 i mappali sono 159, 161 (orto annesso alla casa), 258, 259 e 690; nell’allegato al catasto austriaco del 1854 i mappali sono 159, 259 (a Est della recente strada litoranea) e 1698 (a Ovest della litoranea). Nel catasto odierno, il mappale 1467 indica l’area della casa di riposo sorelle Girelli; il 2852 è il parcheggio del ristorante Galleria; il 1830 (uliveto) e 1879 (abitazione) costituiscono la proprietà Pennacchio; il 1831 è occupato dallo stabile e dal piazzale della cooperativa Bagnadore; il 1799 è l’ex casello ferroviario; il 1797 è la sede della ditta GZ (fabbrica, uffici e piazzale) e delle abitazioni residenziali limitrofe.
Nel XVI secolo era proprietà - con la villa - della famiglia bresciana degli Hirma che, a Marone, avevano parte della proprietà del forno fusorio.
Nel 1650 la casa e i terreni divengono proprietà di Antonio Ghitti, la cui famiglia sarà detta, da quel momento, di Bagnadore. Dalla fine dell’800 i Ghitti di Bagnadore frazionano i terreni e li vendono a diversi proprietari.
La leggenda del Bagnadore
Una volta i ricchi signori rapivano le ragazze e le maltrattavano. Dopo i maltrattamenti le uccidevano e le buttavano nei pozzi presso il torrente Bagnadore. Assieme alle fanciulle buttavano dei sacchetti colmi d’oro.
Quindi, i signori andavano a raccontare alla gente che le ragazze si erano buttate per prendere l’oro che stava sul fondo del pozzo. Così raccontando, si toglievano la colpa.
Ed è da questa leggenda che il torrente che bagna Marone si chiama Bagnadore, cioè «bagna oro».
§~ In dialetto bresciano Bagnadùr = che bagna.

Bagnadore, torrente
Il torrente Bagnadore fa parte del bacino del fiume Oglio, quale immissario diretto del lago d’Iseo.
Per estensione è il maggior bacino idrografico del Sebino, dopo il torrente Borlezza che sfocia presso Lovere (Bg).
Il bacino di raccolta del Bagnadore è composto dai seguenti affluenti:
• la valle di S. Antonio a Nord-Ovest, formata da rocce dolomitiche carsificate, il cui fondo è occupato da materiale detritico;
• la valle del Disgiolo a Nord, scavata in una formazione arenacea, quasi totalmente impermeabile;
• la valle del Vandul a Nord-Est, poco a monte dell’abitato di Zone, che si stacca dal Disgiolo, impostata su rocce marnose tenere, racchiusa tra due versanti di rocce calcareo-dolomitiche che la colmano di materiali detritici;
• la valle di Gasso a Sud-Est, scavata in rocce argillitico-arenacee, che poi a Nord-Est piega verso la vetta del monte Guglielmo (1948 m s.l.m.); dal conoide alluvionale nei pressi della località di Rucca si diparte la valle Ombrino intagliata in rocce dolomitiche.
Il bacino di raccolta, di forma semicircolare, dà luogo, a monte della frazione Cislano in località val Marse, al canale di scolo del Bagnadore (3 Km circa), scavato prima in terreni argillosi, poi nelle morene e nei detriti (le Piramidi di erosione), indi in rocce dolomitiche fin quasi alla foce nel lago d’Iseo.
L’asta torrentizia si sviluppa per 3 Km circa, metà in Comune di Zone e metà in Comune di Marone, mentre complessivamente il corso d’acqua misura 9 Km circa partendo dalle appendici più lontane.
Il bacino imbrifero si estende dalla quota di 1948 m s.l.m. del monte Guglielmo alla quota 185,15 m s.l.m., zero idrometrico del lago d’Iseo, per una superficie di circa 18,40 Km², di cui circa l’80% è costituito dal bacino di raccolta, tutto situato in comune di Zone.
La portata non è mai nulla, anche per l’apporto rilevante della sorgente Sèstola, la cui portata, nei periodi di magra, può arrivare a essere dieci/quindici volte maggiore di quella del torrente Bagnadore.
Il torrente per alcuni tratti è in prevalente fase di scavo, con trasporto solido notevole (nel passato l’area alla foce si utilizzava come “cava di prestito” per estrarre sabbia e ghiaia).

Bagnadore, villa
La villa Bagnadore, ora un ristorante, è in via Roma 101. I mappali attuali sono il 160 (villa e dependance), 1857 (darsena) e 161 (cortile).
Storia
Nel 1573 gli Hirma, Francesco e fratelli fu Bernardino, «cittadini et habitanti in Bressa» sono proprietari, oltre che della casa di Bagnadore, di 800 tavole di terreno; di 2 fucine che «si affittariano comunamente lire cento»; di 2/3 del forno fusorio da cui ricavano annualmente una rendita di 800 lire; hanno merci immagazzinate - ferro lavorato e minerale ferroso - per il valore di 3000 lire; crediti con contadini di Marone e Zone per 500 lire (che sottintendono una moderata attività feneratizia - sono modesti usurai - in zona); debiti «con diversi maijstri che lavorano in escartarle di ferrarezza contadini a lire 1000».
L’abitazione è descritta, nel 1641 come «una casa murata, cuppata, et solerata nella terra di Marone in contrada di Bagnadori di corpi sei di stanze terranee con àra, et horti due con brolo, arad:ri, vid:i, parte olivati, et parte prattivi circondati di muro».
Dopo il 1620 gli Hirma sono in gravi difficoltà economiche: hanno, senza dubbio, debiti con la famiglia nobiliare degli Emilii e con altri creditori, tra i quali - forse - è da annoverare anche Giovanni Pietro Ghitti.
Nel 1626, il 9 marzo, il notaio Ottavio Zeni compie, appunto per conto del Ghitti, una stima della casa di Bagnadore e dei terreni contigui da cui se ne ricava la dettagliata descrizione.
La villa è costituita da portico, fienile, stalle e “caneve” (magazzini), pozzo, cucina, forno e dispensa; a pianterreno vi sono varie stanze a volta; sopra le stalle vi sono «la saletta e la camerata comprese le travele»; sempre al primo piano vi sono «la camera et camerini che seguita»; inoltre, vi sono stanze «intorno alla casa». È dotata di orto di 61 tavole circoscritto da 94 metri di «muraglie»; la casa stessa ha «quattro muraglie della cinta» (129 cavezzi, 368 metri), che circoscrivono anche i terreni limitrofi al torrente Bagnadore. Il terreno è costituito da due appezzamenti - uno a prato, antistante alla casa, e l’altro descritto come arativo con “le colle” (ciglioni e terrazzamenti) - rispettivamente di 1,3 e di 5,32 piò e con i terreni di Rovadine e Tezolo.
Nel 1641, le proprietà degli Hirma (la partita è intestata a Francesco e fratello fu Bernardino) in Bagnadore sono ridotte alla sola casa e ai terreni limitrofi. Tra le proprietà Hirma non vi sono più la porzione di forno e le due fucine e non compaiono i sostanziosi crediti che, invece, vantavano nel 1573. Le difficoltà degli Hirma sono, con buona probabilità, connesse alla chiusura del forno fusorio e al ristagno delle attività collegate.
Il passaggio di proprietà della casa di Bagnadore dagli Hirma ai Ghitti è datato 1650 (atto del notaio bresciano Pedrocca).
D’ora in poi la famiglia di Antonio Ghitti è denominata dei Bagnadore.

Baita dei Ruch, rudere
Sedime di un’antica cascina nel bosco omonimo posta tra la Punta dei Dossi e l’Òpol.
§~ In dialetto bresciano, Baita = cascina, «Capanna. Stanza di frasche o di paglia, dove ricoveran la notte al coperto quelli che abitano la campagna», [Melchiori]. Parola alpina, probabile relitto prelatino [Devoto-Oli, Gnaga].
Vedi Ruch e Ronchi.

Baldo, el, terreno e cascina
Terreno - uliveto e noccioleto - a Est di Buciù e sotto Cricole, mappale 1228; vi è una cascina omonima..
§~ In dialetto è un soprannome ironico (ha significato opposto a quello reale); in italiano Baldo = fiero, coraggioso.

Baleni, contrada di
Il toponimo si trova una sola volta nell’estimo del 1573: «Un’altra [pezza di terra] arad:a, limitiva, corniva, montiva, guastiva cont:a de Baleni […] tavole quatordese ».
§~ Probabile variante di un altro toponimo, forse Bolerne.

Balestra, cascina
Cascina (mappale 5427) a Nord-Est della valle dell’Acqua Santa, tra le cascine Pergarone e Fopella.
§~ «Balestra è strumento antico per saettare e per tirare agli uccelli» [Gnaga].
Il cognome Balestra è presente, oggi sul Sebino, a Iseo e Paratico; non compare, a Marone, nei documenti consultati.

Balestra, terreno
Terreni boscosi e solo in parte a prato - con i mappali 1296 e 5426, a circa 900 m s.l.m. - che circondano l’omonima cascina, sul versante sinistro della Valle dell’Òpol, tra Pergarone e la Fopella.

Baravalle, Baraàl, contrada
Baravalle, Baraàl, torrente
Attuale località Borgonuovo.
Baravalle è la zona collocata tra la località Tèrmen e via Borgonuovo, è delimitata a Nord dal torrente Òpol, a Sud-Ovest, dalla stessa via Borgonuovo e a Sud-Est dal torrente omonimo. È l’area su cui oggi sorge il Borgonuovo: le case Fanfani e il villaggio Attilio Franchi sono collocati, invece, nell’antica località Termini.
Fino alla fine degli anni ’50 del ’900 l’area non era urbanizzata ma prevalentemente coltivata a ulivi.
Nel 1573 Baravalle è anche nelle varianti contrada de Bona Val e di Baravel; nel 1641 è detta contrada di Barravale.
Il torrente Baravalle era impetuoso, come riporta una testimonianza della prima metà del ‘700: parlando della difficoltà di raggiungere Marone da Vesto: «essendo le strade assai pericolose per i vecchi, convalescenti, e per le donne gravide, agiongendosi le spesse inondazioni de sopraddetti torrenti [Òpol e Baravalle], per il che molte volte sono nati inconvenienti anche per le zitelle, e donne nel voler passare a piedi detti torrenti».
§~ [?] In latino medievale, Bera = locus planus et campestris [Du Cange] ma, se - valle è sicuramente, torrente, valle alluvionale, la prima parte del toponimo Bara - ha subito un processo di opacizzazione che rende difficile, se non impossibile, ricostruire la forma originaria.

Bartisone, contrada di Vesto, detta
Citato solo nell’estimo del 1785, il toponimo - che è a Vesto - riguarda una pezza di terra arativa, vitata e olivata di 12 tavole.
§~ In latino medievale, Barta = silva o silvula = bosco o boschetto [Du Cange]; Bartassa ne è un sinonimo.

Basnato o Interlevie Sotto Ariolo, contrada di
Il toponimo si ritrova nel 1573 e nel 1785; nel 1573, anche, con le varianti Intra li Vie e Interleviti, (vi è un terreno arativo e vitato); la località è posta tra le attuali via Alagi e via Termini; oggi è completamente urbanizzata.
§~ Contrada posta tra (inter) due vie; Interleviti è citato una sola volta e, probabilmente, è un errore di trascrizione-

Bastiano, contrada del
Il toponimo ricorre più volte nel 1785 ed è variante di contrada di Polmagno o di Panei. L’area è a valle di Ponzano e a monte di Piazze e ha un’alta concentrazione di mulini e gualchiere; vi passavano le vie dei Mulini, Büda e di Polmagno. Più precisamente, il toponimo Bastiano designa la zona a metà di via 4 Novembre, appena prima del ponticello.
In contrada Bastiano, nel 1785, vi era, tra gli altri, un mulino di una ruota detto il Mulinello di proprietà di don Lorenzo Guerini.
§~ La famiglia Novali - che vi aveva un mulino e una gualchiera - era soprannominata del Bastià, dal nome dialettizzato - Sebastiano - di un avo vissuto a cavallo dei secoli XVI e XVII.
Vedi contrada di Panei e contrada di Polmagno.

Bastone, contrada di
Bastone, contrada di Pregasso detta il, terreno
Località e terreni tra Pregasso e Collepiano, nella zona di Gambalone.
Nel 1573 è detta contrada del Basto ed è proprietà di Domenico Cristini. Nel 1641 è la denominazione di tre appezzamenti, arativi e vitati: «Una pezza di terra aradora, vidata in detta contrada [di Pregasso], chiamata il Bastone […] di tavole dodeci», ma si trova anche, limitrofa, una «pezza di terra arradora, vidata, in contrada del Bastone». Nel 1785 gli Zanotti detti Rós hanno una pezza di terra vitata, olivata e «lumettiva» in contrada di Gambalone chiamata il Bastone e Faustino Cristini dei Signorelli ne ha una a Pregasso, sempre chiamata il Bastone che confina con quella dei Rós ed era di proprietà degli Zanotti della Morella. Come in altri casi, l’appezzamento è stato frazionato con i lasciti testamentari o con le doti ma le frazioni ne hanno mantenuto il nome.
§~ Per lo Gnaga: «Bastù = bastone e Bastù, accrescitivo di Bast = sella dell’asino». Più probabile da Bast = sella dell’asino, inteso come dosso.

Beffa, contrada della
Il toponimo si trova, una sola volta, nell’estimo del 1573: «Un’altra [pezza di terra] uts:a [arad:a, vidata, olivata, limetiva, guastiva] cont:a della Beffa, à diman strada, à sera il lago tavole cinquanta».
§~ Probabile variante di Breda, come si deduce dai confini.

Bel Palistro, contrada di
Il toponimo si trova una sola volta nell’estimo del 1573: «Un altra arad:a, mont:a cont:a di Bel Palistro, da ogni banda il Comun tav:e sedesi».
§~ Probabile variante di Palastrone, per Val Palastrone.

Belardì, Ca dei
Abitazione a corte anticamente di proprietà della famiglia dei Guerini detti dei Berardino; è la prima casa di Vesto, posta all’incrocio tra via Vesto e via Gandane, di fronte all’omonima edicola (mappale 601, anche nei catasti storici).
§~ Dal soprannome della famiglia Guerini detti dei Berardino.

Belardì, santèla dei
È collocata all’incrocio tra via Vesto e via Gandane.
Probabilmente e stata costruita intorno al 1920 da Censo de Santì (della famiglia dei Cristini del Todèsch che aveva sposato una Guerini dei Belardì) che la fece affrescare dal pittore Bianchi, per devozione alla Madonna e per proteggere i passanti.
Quando si andava al lavoro alle quattro e mezzo di mattina, si passava davanti alla santella e si recitavano Ave Maria e Requiem.
Fu demolita negli anni ’79-80 durante i lavori di rifacimento della strada.
È stata ricostruita nel 1997 grazie al lavoro gratuito degli alpini di Marone.
Affrescata dal pittore Michele Comini, raffigura la Madonna Assunta che schiaccia un serpente con i piedi; a fianco sono dipinti san Rocco e san Giovanni Nepomuceno, protettori della frazione, cui è dedicata anche la chiesa.

Benedetti Riccardo, don, Biblioteca, Centro civico, Sala polivalente, Casa delle associazioni
Gli edifici occupano, con spazi recentemente rimodulati, l’area della villa Vismara con il parco di circa 2500 mq. Nel 1808 e nel 1842 è il mappale 189, non edificato che si estende fino a via del Forno; nel catasto unitario - dopo la costruzione della litoranea - è il mappale 1697, non edificato. Oggi l’area è costituita dai mappali 1459 (villa Vismara), 4927 (Sala polivalente), 2166 (Casa delle associazioni) e 2494, 1993, 1433, 5275 e 1459 (Parco partigiano Francesco Guerini Pacio).
§~ Don Riccardo Benedetti [7 luglio 1949 - 17 agosto 1995] è stato un sacerdote missionario maronese, cui è stata conferita la medaglia d’oro al merito civile, il 16 maggio 1996, con la seguente motivazione: «Con grande abnegazione, pur potendosi salvare a nuoto con gli altri passeggeri di una canoa, rimaneva coraggiosamente accanto a una madre e a un gruppo di bambini a bordo dell’imbarcazione ormai in balia della corrente, scomparendo insieme a loro nelle rapide di un fiume. Splendido esempio di non comune altruismo e amore cristiano spinti fino all’estremo sacrificio. Fiume Aponwao (Venezuela), 17 agosto 1995».
Vedi villa Vismara.

Berlizo, del, contrada
Il toponimo si trova, una sola volta, nell’estimo del 1573: «Un’altra arad:a, cont:a del Berlizo, guastiva, corniva […] tavole quattro». È un terreno di circa 120 m2, improduttivo.
§~ In latino medievale, Berlia = unità di misura, modus agri [Du Cange].

Bertazzino, contrada del
Bertazzino, Bertasì, terreno
Terreno della cascina Carai; campo all’estremità del podere, verso Marone, a prato stabile, poco fertile ma idoneo alla vite.
Nel 1641 un appezzamento di 80 tavole è descritto come «Una pezza di terra aradora, vidata, et olivata in contrada dell’Aqua Marza, chiamata il Bertazzino; vi è anche una «pezza di terra aradora, vidata, in contrada del Bertazzino […] di tavole vinti»; nel 1785 quest’ultima è un appezzamento di terreno arativo, vitato e olivato di 23 tavole.
§~ Forse diminutivo di un cognome o un soprannome.

Bielonga, Bialónga, via
Nel 1898 è la denominazione della via che collega Ariolo a Pregasso - oggi via Giuseppe Garibaldi - caratteristica stradina acciottolata e a scalì (gradini). È detta anche Strada comunale detta Seredolo, Serédol (1808) e Strada comunale detta di Seredolo o dei Ronchi (1842).
§~ In dialetto bresciano Vià (che si pronuncia bià) = strada e Lónga = lunga.

Bièt, terreno
Bièt è il poggio immediatamente a Nord dell’Aqua Marsa: recentemente urbanizzato.
§~ Bièt è il soprannome di una famiglia Ghitti di Marone; in dialetto bresciano, Bièt = soldi.

, strada consorziale dei
Via scomparsa che da Ponzano portava allo Stalù dei Vismara.
La via dei raccontata da Giacomo Felappi
Il signor Gianni Zanotti fu Andrea del Bafo, di vicolo del Botto nel centro di Marone, mi racconta che su al Giardì in Montemarone, dove abitava un tempo con tutta la sua famiglia, c’era una santella.
«Non so nemmeno più se esiste ancora; la chiamavano la san­tilìna. Il terreno dei Giardì confinava con una strada comunale, che portava su dritta al Dòs de Maria de Bacés e quin­di nei boschi di castagni. Questa strada aveva origine a Pon­zano ed era chiamata la via dei : passava sopra la cava di Franchi e sotto Bolerne, el cap dei Pestunsì, costeggiava in al­to il torrente Bagnadore fino al pià de Minighì Uccelli, corre­va sotto la Sèstola de Pagi per scendere fino all’alveo del tor­rente e attraversarlo, risaliva dalla parte opposta sotto la ca de Nosènt dela luce per giun­gere allo Stalù dei Vismara».
«Nel punto di confine del Giardì con questa strada esi­steva una santella, raffigurante una Madonna con in braccio il Bambino Gesù e una bella aureola d’oro intorno alla te­sta», afferma la signora Vitto­ria Ghitti, moglie di Pino del Bafo, il quale aggiunge: «Noi pregavamo spesso davanti a quella Madonna e non manca­vano mai fiori freschi, quasi sempre bucanevi, davanti alla sua bella immagine. E si accendevano ceri: fiori e ceri tutto l’anno».
Mi ricordo in particolare Maria Pesa e anche el véc' Chì Panighèt, Francesco Pezzotti, e altri che passavano ogni giorno o quasi a portare le capre al pa­scolo o a far fascine di legna cedua per il fuoco: tutti, nel modo a loro congeniale, face­vano un cenno di saluto a quella Madonna.
Più tardi la via dei Bò af­fiancò più su il canale della Sèstola e, essendo più comodo, i ponzanesi presero l’abitudine di passare di là.
La cava di Franchi infine avanzò al punto di distruggere la via dei e anche la santellina non fu più meta della devozione dei ponzanesi.
Nel dicembre del 1998 mi sono recato sul posto ed ho trovato la santella, o meglio, quello che resta della santella. La via dei sale ripida nei boschi ma è quasi impraticabile per le erbacce ed i muri di confine cadenti, completa­mente ricoperti di edera.
Sopra la parete a est di uno stallino ecco l’incavo contornato da un rilievo in cemento, tagliato a metà dalla tettoia in plastica verde di un pollaio, per tre quarti delimitato da rete metallica.
Il vano della santella, su cui sta quel che resta dell’af­fresco, misura 80 centimetri di larghezza per 130 di altez­za, che in al­to termina ad arco.
L’affresco vero e proprio, quel poco che si vede della Madonna e di Gesù Bambino, misura 60 centimetri in altez­za e 40 in larghezza e sta tutto nella parte alta, equidistante dai lati ed è impastato con una malta più consistente di tutto il restante intonaco: sembra una costruzione a parte.
Tutta la residua superficie di malta poco compatta pre­senta tracce di colori vari. An­che le spallette dell’incavo, profonde 20 centimetri, dove­vano essere affrescate: si in­travedono due teste di angio­letti sul lato sinistra e una terza sul­la destra.
Il volto della Madonna è ben visibile come quello di Gesù Bambino, che tiene aperte le piccole braccia, trat­tenuto sul braccio sinistro della Vergine. Una figura strana quella di questa Madonnina: capelli biondi, vestito giallo e un drappo marrone, che le scende dietro la testa, sorretto da una corona-baldacchino, come quelli usati nelle nostre chiese per sostenere i lunghi drappi ornamentali, che scendono dal soffitto nelle grandi solen­nità. Le fattezze dei due pic­coli volti sono piuttosto gros­solane. Probabilmente l’affre­sco doveva essere ricco di altre figure, specie nella parte bassa, che allo stato attuale è tutta scrostata. Anche la fa­scia esterna della cornice, a forma geometrica ricercata, presenta tracce di colori. So­pra la santella fuoriesce di po­co una pietra piatta orizzonta­le, lunga quasi la larghezza della stessa, e sopra ancora anche una sporgenza supple­mentare del tetto di coppi avanza a coprirla ed a proteg­gerla.
La signora Omodei Giusep­pina in Boniotti racconta: «Mia nonna paterna Martina Uccelli del 1874 mi portava sempre a recitare il rosario da­vanti alla santilìna. Lei era una di quelle che passava la vita a dì sö rosàre. Anche mio papà Nosènt, appe­na poteva, correva là a dir pre­ghiere e a portare fiori di sta­gione. La stessa cosa facevano tante altre persone devote, non solo del posto, ma anche di Ponzano e di Collepiano. La nóna Nosènta, sorella di mia nonna Martina, rac­contava che quella Madonna faceva i miracoli. E ci raccon­tava anche che al Tédol, una cascina qui sotto, abitava Pie­ro Bontempi, detto Gambìna, papà di Giulio, il quale spesse volte trovava ossa da morto, mentre scavava solchi per piantare vitigni e li metteva in un sacco per portarli a sep­pellire nella chiesa del Car­mine a Marone. Quelle ossa, diceva, appartenevano ai morti per peste, seppelliti in lunghi fi­lari uno a fianco all’altro. Noi avevamo paura e correvamo veloci a salire da Marone per la strada ripida, acciottola­ta ed a gradini».
Anche la signora Angela Guerini, classe 1909, moglie di Innocenzo Nosènt Omodei, ricordava che la zìa Nosènta le aveva raccon­tato che una donna di Ponzano, molto malata e molto devota a que­sta Madonna, fu miraco­losamente guarita, mentre stava davanti alla santella in preghiera.
La signora Pierina, vedova Gorini racconta: «Le immagini della santel­la erano ancora belle nel 1979, quando è morto mio marito, però avevano cominciato a scrostarsi e a rovinarsi già una ventina d’anni prima. Io anda­vo lì a recitare il rosario da sola o accompagnavo mia zia Bitìna, moglie di An­drea Zanotti Bafo affetta da un ter­ribile mal di schiena, che l’ave­va piegata tutta, poveretta. Il mio Gianni aveva prepa­rato un piedistallo di legno per metterci sopra i cerini accesi e l’aveva sistemato ai piedi del­l’affresco - eravamo intorno al­l’anno 1970 - e una sera il vento rovesciò il cero, che diede fuo­co al piedistallo e le fiamme e, soprattutto, il fumo anneriro­no una vasta area del dipinto: noi ce ne accorgemmo solo il giorno dopo».
§~ In dialetto bresciano, = bue, bove.

Boche, delle, contrada
Il toponimo si trova, una sola volta, nell’estimo del 1573: una pezza di terra «arad:a, vidata, olivata, costiva cont:a delle Boche ».
§~ In dialetto bresciano, Bóca = bocca.

Bolerne, di, contrada
Nel 1573 il toponimo è presente, anche, nelle varianti Bolarni, Boleri, Bolerni, Bolorno; nel 1641 anche come contrada di Boverne.
Terreno in località Molini di Zone.
Giacomo Felappi nella sua ricerca sui mulini di Marone scrive: «Anche il mappale 322 (poi 324/2) era annesso al mappale 324 (poi 324/1) e consisteva in un triangolo di terreno davanti e a fianco a Nord della casa contenente il mulino, l’opificio e la turbina: attualmente questo prato, detto Bolerne, è proprietà della Dolomite Franchi (precedentemente era dei fratelli Pennacchio di Ponzano)».
§~ Nel dialetto ticinese Bóla = stagno, polla di acqua sorgiva; nel medioevo il Bolagium o Bolhagium era «luogo fluviale dove si riteneva vi fossero anguille», «Et alnetum inter duo inferiora molendina sua, et inter Bolhagium et aquæductum» [Du Cange]. Il terreno di Bolerne è lambito dal canale Sèstola.

Bollini, contrada di
Il toponimo compare solo nell’estimo del 1641 ed è, forse, una variante di Bolerne: «Un’altra pezza di terra arradora vidata, parte guastiva, et corniva in contrada di Bollini […] di tavole sedeci».
Il toponimo Bollino è documentato in Alta Valle Camonica.
§~ Bóla = terreno acquitrinoso.

Bonaiol, contrada de
Il toponimo si trova una sola volta nell’estimo del 1573: la partita d’estimo in cui compare il toponimo è di Ludovico Ghitti che abita ad Ariolo, «Una pezza di terra aradora, vidata cont:a de Bonaiol […] tavole trenta».
§~ È, forse, una variante di Baravalle, che in questo estimo è detta anche Bona Val.

Bondioli, Bongiöi, cascina
Cascina a Est di Vesto, mappale 1648, anche nei catasti austriaco e unitario.
§~ Bongiöi è il soprannome di una famiglia Guerini di Marone.

Bongiöi, casa
Casa - residenza storica dell’omonima famiglia - a Vesto, mappale 646 in tutti i catasti.
È possibile ricostruire l’albero genealogico dei Bongiöi fino al capostipite indicato nel Libro per le Famiglie, Giovanni Battista Guerini vissuto nella seconda metà del XVII secolo, otto generazioni e circa 400 anni di storia.
Dall’estimo del 1785 veniamo a sapere che «Gio. Batta Guerino q. Giacomo detto Bondiolo» di Vesto abita in una casa «di diverse stanze terranee, e superiori cupate parte proprie descritte alla partita del q. Giacomo suo padre, e parte nuovamente acquistate dagli acquisitori del q. Antonio Guerino q. Pietro della Fontana», che ancora oggi è abitata da una parte della famiglia.
È caratterizzata dalla presenza di un affresco votivo - raffigurante La Vergine col Bambino e i Santi Rocco e Sebastiano - risalente alla fine del XV secolo.
Nella casa dei Guerini detti Guargì, sempre a Vesto, vi è un altro affresco che raffigura La crocifissione.

Bontempo, cascina
«Cascina a Est di Marone alla testata di Val dell’Òpol» [Gnaga], è a circa 1000 m. s.l.m. (mappale 1343) e ha la cascina Stalla di Riva a Nord-Est e la cascina Vernasca a Sud-Ovest. Nel 1842 è detta anche cascina Fontanas.
§~ Il cognome Bontempi è diffuso a Marone; in dialetto bresciano, Botép = benessere.

Borgo degli ulivi
Area recentemente urbanizzata; è ad Ariolo tra via Giulio Guerini e via Europa.

Borgonuovo, località e via
Il Borgonuovo (case INA) è posto tra via Borgonuovo e via Alagi ed è attraversato dalle vie Borgonuovo e Attilio Franchi; occupa quella che un tempo era la contrada Baravalle.
Fu costruito per dare una casa a quanti, dopo le alluvioni del 1953 a Marone e del 1963 a Vello, l’avevano persa; a esso si aggiunse il Villaggio Franchi, una serie di villette bifamiliari per i dipendenti del Feltrificio Franchi e della Dolomite Franchi.
§~ Il nome deriva, appunto, dalla recente edificazione.

Borioni, contrada di
Il toponimo si trova una sola volta nell’estimo del 1573: «Un’altra [pezza di terra] uts:a cont:a di Borioni […] tavole vinti duoi».
§~ Boriù = getto per il seme [Gnaga].
Boria = praedium rusticum = proprietà rurale [Du Cange], di cui suona come accrescitivo.

Borivati, contrada di
Il toponimo si trova una sola volta nell’estimo del 1573: «Un’altra arat:a, vit:a cont:a de Borivati à diman strata à s:a Bernard:o Zigolo tav:e cinquanta».
§~ Forse variante di Borioni.
Boria = praedium rusticum = proprietà rurale [Du Cange], di cui suona come accrescitivo.

Bósch de Daque, bosco
Il bosco occupa la parte Est del mappale 5536 (si estende anche nella parte Sud del mappale 1248) ed è posto a Nord della Strada del Monte e della cascina Daque.
§~ Vedi Daque. In dialetto bresciano Bósch = bosco.

Bósch del Gat 1, Bosco del Gatto
Nel 1641, i fratelli Guerini fu Giovanni Pietro possiedono «Una pezza di terra montiva, boschiva, corniva, guastiva in contrada di Sotto Rocca, confina à mattina il corno di santo Pietro, […] à sera strada di pio uno tavole settanta».
Oggi è area boschiva, sotto il colle di San Pietro a monte di via Vesto: sono circa 8900 m2 (mappali 563 e 1422).
Bósch del Gat 2, bosco
Il bosco occupa la parte Ovest del mappale 5536 (e di estende nella parte Sud del mappale 1248) ed è posto a Nord della Strada del Monte e della cascina Daque.

Boschello, Boschèl, terreno
Terreno della cascina Carai; campo a prato stabile, arborato con piante varie e bosco ceduo.
Nel 1573 è una pezza di terra di 37 tavole, «arad:a, vidata, murachiva, corniva, et olivata cont:a Boschel».
Nel 1641 vi sono 4 appezzamenti in contrada del Boschello o Boschel.
Nel 1785 il toponimo ricorre 3 volte per indicare: un appezzamento arativo, vitato e olivato e «lumettivo» di 1 piò e 47 tavole; un terreno arativo, vitato e olivato di 15 tavole e un appezzamento di terreno arativo, vitato e olivato di 44 tavole; un altro appezzamento arativo, vitato e olivato e «lumettivo» di 1 piò e 24 tavole.
§~ In dialetto bresciano Bósch = bosco; Boschèl è diminutivo meno frequente di Boschèt.

Boschet, Boschèt, contrada del
Variante di contrada del Boschello.

Boschèt, el, bosco
Bosco posto tra 850 e 900 m s.l.m. a Nord di Pergarone; occupa la parte Sud-Est dei mappali 1255 e 1248.
Nel 1573, Donato Guerini è proprietario di «un’altra [pezza di terra] arad:a, vidata, olivata, corniva, cont:a del Boschet […] tavole cinquanta».
§~ Diminutivo di Bósch.

Bosdul, contrada del
Il toponimo si trova una sola volta nell’estimo del 1573: «Un’altra [pezza di terra] arativa, olivata, montiva, corniva, cont:a del Bosdul […] tavole settanta quattro».
§~ In latino medievale, Bosdaria = Borda = casa, rifugio, tugurio.

Botto, Bòt, contrada del
Detta, negli estimi, anche contrada de Botti, oggi è vicolo Botto, traversa di via Trento.
Vicolo Botto e via Rosine sono gli unici due toponimi storici rimasti invariati sino a oggi a Marone capoluogo.
Nel 1785 è denominata contrada del Botto o di Bertolini poiché vi abitava, anche, la famiglia Ghitti dei Bertolini, il cui soprannome deriva dal ripetersi del nome Bortolo di padre in figlio.
Vi è una casa a corte, delimitata da un portone; nel cortile vi è un affresco votivo settecentesco della Natività (molto rovinato e pieno di muffe).
Nell’estimo del 1785 compare anche, in contrada di Vesto, una pezza di terra detta Botto.
§~ Nel 1573 vi sono un Francesco di Botti e un Alovis Botti da Vello (che ha la partita 9): dal cognome.

Bozzini, di, contrada
Il toponimo, che si trova a Pregasso, compare due volte solo nell’estimo del 1641 e riguarda 2 piccole pezze di terra di cui una «aradora, vidata, et corniva» e l’altra «aradora, et vidata» per un’estensione totale di 32 tavole.
§~ In latino medievale Bosius, Bozzus = cespuglio spinoso [P. Sella, 1937].

Bra e Braza, de, contrada
Nel 1573 sono due appezzamenti arativi, olivati e vitati.
§~ In latino medievale e in dialetto bresciano, Braza = brace, carboni ardenti; forse variante di Aral, Arai (vedi).

Breda, della, contrada
È la zona pianeggiante più ampia di Marone, attraversata da via Battista Cristini; confina a Ovest con il lago, a Nord con il torrente Òpol e a Nord-Est con Baravalle, con cui, alle volte, alcuni terreni si confondono e a Sud-Est con Vela.
Anticamente terreno a coltura promiscua, seminativo, vitata, olivata.
Nella toponomastica antica locale la Breda è suddivisa in tre zone:
1. contrada di Marzul o del Fiume;
2. contrada della Breda, a sua volta divisa tra Breda di sopra e Breda di sotto;
3. contrada di Villa, detta anche Ponta dela Breda.
La contrada Breda è la parte centrale della zona e, ancora oggi, ha questa denominazione.
Limitandoci al solo estimo del 1785, questi sono alcuni toponimi che si riferiscono alle tre zone della Breda (tra parentesi il nome dei campi): Breda o del Marzolo (Marzolo), Breda di Sotto (Dugale e Longhe), Breda di Sopra, Breda ossia della Croce (Ghis), Breda sive delle Molle (Pontone), Breda Sotto la Strada (Pres alla Croce de Morti), Marzolo, Brede (Pontone, Ghis), Villa (Villa, Ghis, Brolino).
§~ Toponimo diffusissimo nel bresciano.
In latino medievale, Braida = campo suburbano coltivato a prato, podere di più campi con casa colonica.
È tuttora in uso, nelle varie forme dialettali (braida, breda, bradia, braia, brera, ecc.), in gran parte della zona padana, col significato di campo, prato, ecc; lemma di origine germanica.

Bregna, la, terreno
Nel 1641, il terreno è di proprietà Bontempi, vi è «Una pezza di terra aradora, vidata et parte lamitiva in detta contrada [di Collepiano], chiamata la Bregna».
§~ In dialetto bresciano Brégn = casolare diroccato.

Bregni, di, contrada
Nel 1573 è una contrada di Collepiano detta Bregni, che nel 1641 è detta Bregne; vi hanno un appezzamento i Bontempi. Vedi Bregna.

Bregno, Brégn, cascina
Cascina - mappale 3630 - posta tra Fontanas e Croce di Marone.
Nel 1573 vi sono 3 brégn; nel 1641 «un bregno scoperto con un poco di corte avanti».

Brofe, contrada di
Il toponimo si trova solo nel 1641: «Una pezza di terra arradora, vidata, et olivata in contrada di Brofe […] di tavole vinti cinque». Probabilmente l’appezzamento è a Pregasso.
§~ [?] In dialetto bresciano, Sbrofà = irrorare e Sbròf = acquazzone.

Brol, Contrada del, a Vesto
Brolo, Contrada di Calpiano detta il, terreno
Brolo, Contrada di Pregazo, detta il, terreno
Broletto, Contrada del Gallo detta, terreno
Brolino, Contrada di Villa chiamata il, terreno
Vari sono - nei documenti dal 1500 in poi -, in prossimità degli abitati, gli appezzamenti detti Brolo.
§~ Nei dialetti lombardi Bröl = brolo, terreno recintato con alberi fruttiferi e orti, dal latino medievale Brogilus = orto, giardino, che a sua volta deriva dal gallico Broga = campo cintato da mura; Brolino e Broletto ne sono il diminutivo.
A Marone una famiglia Zanotti è detta del Bröl.

Buciù, località
Bar e trattoria a Nord di Collepiano, sulla strada provinciale per Zone.
§~ Nel dialetto bresciano, Bócia = boccia (sfera - una volta in pietra - che si usa nel gioco omonimo); in questo caso, nel significato accrescitivo di testa dura. È un soprannome.

Büda del Luf, località
La località, a Sud del torrente e della strada dell’Acqua Santa, è al vertice Sud del mappale 1810, nei pressi del Prat Vac e della cascina del Prat del Gal che sono nello stesso mappale.
§~ In dialetto bresciano, Büda = buca e Luf = lupo. Cfr. Luè, Lùéra = trabocchetto, «luogo fabbricato con insidie dentro il quale si precipita a inganno», ovvero le trappole per i lupi.

Büdole, bosco
Bosco a Sud della cascina Ortighéra, nel mappale 5294.
§~ In latino medievale, Bidolium = Vicus publicus = villaggio, borgo, tenuta, podere pubblico, [Du Cange]. Ancora oggi, la cascina Ortighéra e i pascoli e boschi che la circondano sono proprietà comunale.
Più probabile diminutivo del dialettale Büsa (pron. Büda) = fossa.

Busula, contrada de
Nel 1573 i fratelli Ippolito, Bernardo ed Ercole di Orfeo del Dosso possiedono un «casamento cont:a de Busula».
Vedi contrada delle Caze.

Buzza, la
Il toponimo compare solo nell’estimo del 1641 e si riferisce a «Una pezza di terra aradora, vidata, olivata in contrada della Strada, chiamata la Buzza, confina à mattina strada […], à sera il lago di tavole trenta quattro». Dai confini e dai raffronti è un terreno in contrada di Carai.
§~ Nel dialetto bresciano, Büsa = buca, fossa; vedi Foppe.