Alcune considerazioni dal versante archivistico sul pittore Pompeo Ghitti e sulla sua famiglia

Roberto Predali

La disponibilità di Piermatteo Ghitti mi ha consentito di accedere al consistente Fondo di famiglia in suo possesso (23 faldoni in corso di consultazione): tra le numerose carte ho rinvenuto alcuni scritti inerenti alla vita di Pompeo Ghitti. Nulla che stravolga quanto già conosciuto del pittore bresciano; utili però – così almeno mi pare – a puntualizzare alcuni aspetti che si riferiscono alla sua genealogia e alle sue relazioni con i famigliari, oltre che con un’autorità ecclesiastica di rilievo.I Ghitti sono, tra il XVI e il XVIII secolo, la famiglia di maggior rilevanza economica di Marone in ambito non agricolo: originari di Ponzano (una frazione di Marone) hanno la loro fonte di ricchezza inizialmente nell’attività molitoria e, in seguito, anche in quella notarile e feneratizia, i cui proventi sono investiti in terreni.
L’analisi della famiglia e dei suoi vari rami, anche per la ripetizione di molti nomi propri, è piuttosto complessa; per maggiore chiarezza si allega a questo testo l’albero genealogico che abbiamo potuto ricostruire attraverso la lettura dei documenti.

La famiglia Ghitti q. Lorenzo è un ramo dei Ghitti che si estingue nel XVIII secolo, ma importante per la storia della famiglia stessa e di Marone, poiché da questo ceppo nascono Pompeo pittore, Antonio, parroco di Sale Marasino fino al 1699, e Bartolomeo, nipote di entrambi e anch’egli sacerdote, ultimo maschio di questo ramo, confessore della beata Maria Maddalena Martinengo, parroco di Marone dal 1720 al 1758 e artefice dell’edificazione della nuova parrocchiale.

Nell’estimo del 1573 compare, ma solo nella definizione dei confini, Lorenzo Ghitti («Lorenzo del Gidi», in partita 25, ma non ha partita propria); ricorre 13 volte, sempre nella definizione dei confini, nell’estimo del 1641. È figlio di Antonio q. Giovanni e fratello di Salvatore, Paolo, Giovanni Pietro e Giovanni. I figli di Lorenzo, che compaiono sia nel 1637 che nel 1641, sono Bartolomeo e Giovanni Pietro. Di Giovanni Pietro4 sappiamo che ha 50 anni e non ha figli; possiede una casetta in contrada di Marone del valore di 25 lire e riscuote un livello sul capitale 1366 lire. Nel 1637 non ha crediti, ma paga un livello al 3,75% sul capitale di 120 lire. Più confuse le notizie che si riferiscono a Bartolomeo, almeno stando ai dati dei due estimi seicenteschi e a quelli ricavabili dal libro parrocchiale dei battesimi.

Nell’estimo del 1637 compaiono due partite: nella partita 65 viene registrato un Bartolomeo Ghitti q. Lorenzo di 29 anni, sposato con Maddalena, che ha come figli Lorenzo (di 9 anni), Pompeo (di 7) e Antonio (di 5); nella partita 71, invece, è citato un Bartolomeo Ghitti q. Lorenzo di 44 anni, sposato con Domenica, che ha quali figli Lorenzo (di 8 anni) e Francesco (di 5).

Dagli alberi genealogici del Fondo Ghitti in esame sappiamo che il Bartolomeo della partita avuto sicuramente quattro figli maschi: Lorenzo, di cui non sappiamo nulla, Pompeo, il pittore, Antonio, il parroco di Sale Marasino, e Giovanni Pietro. Nella partita 65 Bartolomeo q. Lorenzo possiede tre appezzamenti di terreno per un piò, del valore di 157 lire e 28 soldi. Nel 1637 riscuote un livello al 5% sul capitale di 4100 lire dal «spetabel teratorio di Brescia». Non risultando possessore di un’abitazione è probabile viva nella casa del fratello Giovanni Pietro sita in contrada del Forno.

Considerate le incongruenze fra i due Bartolomeo Ghitti circa il numero e l’età sia dei figli (anche se uno dei fanciulli ha lo stesso nome) che del censito, si tratta probabilmente di un normale caso di omonimia, anche se nella vochetta (repertorio alfabetico degli estimati) dell’estimo 1641 le partite 65 e 71 sono raggruppate in un solo intestatario. La famiglia è da collocarsi – relativamente a Marone – tra le quelle benestanti.
Bartolomeo è coniugato con Maddalena, da cui ha, come si è detto, Lorenzo, Pompeo, Antonio e Giovanni Pietro. Lo stesso è attore, nel 1640, di una transazione in cui cede alcune pezze di terra che sono di sua proprietà nel 1637; il contenuto conferma la ricostruzione delle parentele. Davanti ai testimoni Arcangelo Novali q. Gottardo, Antonio Maggio q. Nicolino e Lorenzo Ghitti q. Salvatore (probabilmente un cugino), e al notaio Ottavio Zeni, Bartolomeo Ghitti q. Lorenzo vende alcune pezze di terra contigue arative, vitate, in parte olivate e limitive (a ciglione o a terrazzamento), chiamate il Canevale, in contrada del Vallone e una pezza arativa, vitata e olivata in contrada Degagna a Giovanni Pietro Ghitti q. Antonio «suo zio» – «a quanto si ritrovano essi beni, e per esso Sig. Pietro datti a pagamento al med.o Barth.o» con atto 11 gennaio 1635 – per il corrispettivo di lire 850 nette, grazie alla mediazione («et il meggio e intervento») di Antonio Guerini e del notaio Ottavio Zeni «perche esso Barth.o et d.e lire 850, et altre lire 600 inc.a che intende tuor a censo, vuol tuor impegnio [per l’acquisto] di una casa et diverse case corte horto et broletto, et altre sue ragg.i» dalla moglie di Gio: Batta Zatti in contrada della Chiesa. Come garanzia al prestito – «a fine di rendere cauti quelli tali che li dava essi denari a censo» – Giovanni Pietro libera Bartolomeo (fino al compimento dei trent’anni: nel 1640 ne ha 28) dal censo, contratto da quest’ultimo, su un terreno in contrada delle Longhe (atto 11 gennaio1635), vincolando la fidejussione all’esclusivo acquisto della casa. Compiuti i 30 anni, Bartolomeo deve convalidare e tener fede, nelle forme convenute, all’impegno preso. Nelle partite del 1637 e del 1641 la transazione è puntualmente riportata.

Antonio di Bartolomeo

Nasce nel 1635 a Marone. Paolo Guerrini, nel suo La Pieve di Sale Marasino, di lui dice, sintetizzandone l’operato: «Antonio Ghitti di Marone fu arciprete dal 6 novembre 1660 al 20 gennaio 1699, data della sua morte.
Nel suo lungo parrocchiato vide rifiorire le pie associazioni e confraternite della Disciplina di S. Pietro e di S. Rocco, del Sacramento, del Rosario, di S. Carlo, delle Dimesse, con vantaggi spirituali della parrocchia». Una pergamena del Fondo Ghitti, datata 18 giugno 1664, che reca come nota dorsale «Possesso temporale per D. Ant.o Ghitti Arcipt.e visa annalis», riporta che «essendo vacante la Chiesa Parocchiale chiamata Arcipretato di S. Zenon Vescoco della terra di Sale, Diocese di Brescia per libera resignatione del R.do Ant.o Obici ult.o Rettore pos[sesso]re Il Sommo Pont.e Aless.o 7° l’ha conferita al R.do Ant.o Ghitti prete della med.a Diocese, come appar per lette[re] date in Roma sotto li 3 Luglio 1660. Però vi […] col Senato che facciate poner al poss[essor]e di essa Chiesa il an[zi]detto R.do Ant.o, over suo leg.mo Proc.re facendoli risponder tutti li frutti et vendite ad essa spettanti et pertinenti. Ma se havesse al[riment]e cosa in cont[rari]o soprasedendo ci restituette ne rinoverette alc.o […]».

Il documento riporta la data del 8 marzo 1664 come quella di emissione dello stesso da parte di Domenico Contaveno e Pietro Gradenico “Dux” veneziani in Brescia. Sono inoltre indicate le date del 1672, 1676, 1680 e cui i bilanci del Beneficio sono stati rivisti e approvati («siano licenziate l’entrate»). Il parroco Obici, salese, già Rettore di Marone fino al 1652, «resse la parrocchia di Sale soltanto otto anni (dal febbraio 1652 al 20 ottobre 1660) e la rinunciò per convolare ad altra sede che non conosciamo; dai suoi medesimi concittadini ebbe dei dispiaceri che lo determinarono ad abbandonare la parrocchia». Alla rinuncia (la resignazione) dell’Obici, Antonio diviene parroco per investitura papale: la modalità della nomina (il papa anziché il vescovo) può essere dovuta sia alle amicizie dello stesso Antonio (era in ottimi rapporti con il cardinale Ottoboni, in seguito discusso papa - per il suo pesante nepotismo - col nome di Alessandro VIII) e al peso della famiglia Ghitti che al loro volersi cautelare verso un incarico amministrativo che, visti i precedenti dell’Obici, non pareva prospettarsi tranquillo. Ai tempi di Antonio non vi era l’attuale parrocchiale, ma una chiesa più piccola limitrofa a quella oggi esistente.

Disponiamo di due documenti che descrivono il rituale della «presa di possesso del Beneficio», uno relativo a Vello l’altro a Sale Marasino.

Il 3 novembre 1691: «Posesso temporale del Beneficio di Vello datto al M.to R.do sig.r D. Franco Ranghini da’ s. Pietro Ant.o Rosetti Console. [...] Si comette di dar l’attual, temporal, et corporal posesso della Chiesa di s.ta Eufemia di Vello, et suo beneficio al sud.to M.to Rev.do sig.r Ringhini havemo per ciò datto tal posesso p.ma della sud.a Chiesa facendolo aprire, sarare la porta di essa, per quella pasegiando, et sonando la campana, sicome della casa, et dandogli nelle mani delli ramini, herba, terra, et pietra delli beni di d.ta Chiesa, et facendo tutti li atti soliti, et necessarij in segno temporal, et corporal possessione della sud.a Chiesa Parochiale e del suo Beneficio. Quali tutte cose stando il sud.to M.to Rev.do sig.r Ranghino Rettore ha protestato, et protesta al sud.o Console, et à me sud.o infr.o esser ne posesso sud.o quieto et pacificio, et quello haver accettato con la mente, corpo, et hanima di quello godere, et possedere per vigor non sol del posesso sud.o, et Decreto sudetto ma anco del pos[ses]o eclesiastico, et per ogni altro [...]».

Il rituale della presa di possesso del Beneficio, che riguarda sia i privilegi spirituali sia quelli economici, resterà immutato anche nel secolo successivo.

In un documento notarile dell’11 settembre 1796 è descritto il «Possesso preso della Chiesa, e Beneficio della Parrocchiale di Sale e Marasino dal Re[verendissi]mo Sig. D[o]n Giuseppe Zanola» parroco appena investito. Lo Zanola era accompagnato dal proprio procuratore, l’arciprete di Pisogne don Giovanni Battista Rossetti. Alla presenza dell’economo della parrocchiale, don Bernardino Buizza, e dei sindaci delle comunità di Sale e di Marasino, furono mostrati i documenti di investitura. Quindi il nuovo parroco e il procuratore vennero condotti nella canonica, dove si consegnarono loro le chiavi. Si proseguì la cerimonia «facendo precetto alli massari dei Beni [del beneficio parrocchiale] di riconoscer per Padrone d[et]to Re]v[eren]d[issim]o S.r Zanola Arciprete».
Aperta la porta della chiesa, il procuratore vi fece ingresso «e ha aperto, e chiuso il Tabernacolo, è asceso sopra il pulpito, è andato al confessionario a sedere, parimente è entrato nel coro della vecchia Chiesa [...], indi [...] nel Campanile usando suono delle Campane». Si tratta di una cerimonia in cui si sottolinea simbolicamente la preminenza del parroco, padrone del Beneficio e rettore nello spirituale della parrocchia. Il verbalizzatore ci informa inoltre che era «concorsa pienezza di popolo» e che la cerimonia si era conclusa «nessuno contradicendo alle […] solennità».

Si aggiunge un particolare non privo di significato. In qualche modo la popolazione è chiamata a esprimere il proprio assenso e la propria dipendenza nei confronti dell’autorità spirituale dell’arciprete. Che la nomina e la presa di possesso del Beneficio non fossero sempre contestuali non è raro, e mostra la diffidenza dei parrocchiani ad affidare in mani altre un patrimonio ritenuto, ancora, collettivo. La simbologia stessa connessa alla presa di possesso del Beneficio è indicativa del doppio ruolo che il parroco assume con l’incarico: da un lato vi è la cura animarum, espressa nell’accedere rituale al tabernacolo, al confessionale, al pulpito e dall’altra quello dell’amministrazione dei beni parrocchiali: a Vello sono dati «ramini, herba, terra, et pietra delli beni», a Sale, più direttamente, i massari si sottomettono all’autorità del nuovo parroco «nessuno contradicendo alle […] solennità».

Sale Marasino non è una qualsiasi parrocchia; già sede plebana, vanta un notevole patrimonio, con numerose chiese sussidiarie e cappellanie. Una sede ambita, dunque, ma, conseguentemente, problematica. A Sale Marasino prosperava la manifattura della lana e i Cittadini proprietari erano anche residenti. Vi erano, quindi, «vari altari, confraternite e cappellanie con dotazione di beni stabili e capitali; numeroso vi era il clero, costituito quasi sempre da elementi dati dalle famiglie più distinte del paese che erano gli Antonioli, i Ghitti, i Turla, i Baldassarri, gli Zirotti, i Dossi»; alla fine del parrocchiano di Antonio vi erano, nel paese, 10 sacerdoti e 4 chierici; quattro erano le chiese sussidiarie dedicate rispettivamente a Sant’Antonio a Marasino, alla B. V. Maria a Gandizzano, a San Giacomo a Maspiano e ai Santi Pietro e Paolo a Sale (Disciplini). Vi erano, inoltre, la cappellania di San Vincenzo – nella chiesa omonima della frazione Presso, la più antica, antecedente il 1570, curata dal parroco o da un suo delegato – e (nella parrocchiale) la Antonioli (giuspatronato) all’altare del SS. Sacramento (8300 lire nel 1699, con un lascito di 4100 lire da parte dei Baldassarri e di 4300 degli Antonioli), l’altare di San Carlo, che ha un legato di 262 lire nel 1677 (è curato dal parroco per decisione del cardinale Ottoboni, ai tempi vescovo di Brescia), l’altare di Sant’Antonio, che dispone, dal 1691, di un legato di Flaminia Martinengo di 53 piò di terra e altri beni (curato da Antonio Ghitti, Giovanni Antonio Antonioli e da Simone Ricotti, e, dal 1691, da Francesco Agnesi) e il giuspatronato Antonioli (dal 1684) sull’altare di San Carlo. Le confraternite – che curavano gli altari – erano quelle del SS. Sacramento (con legati Dossi e Galizioli), del Corpus Domini, del Rosario (con un capitale di 1300 scudi nel 1677), dei Santi Pietro e Rocco e la Compagnia di sant’Orsola (1600 lire nel 1684, di cui è reggente il parroco, legato Berardi).

È durante il quarantennale parrocchiato di Antonio che ricevono deciso impulso i legati a favore degli altari e delle confraternite: se la parrocchia nel suo complesso si arricchisce, ne consegue che notevoli dovevano essere le capacità organizzative e amministrative del parroco, e la sua capacità di mediare le varie istanze centrifughe che tanta attività – di Scuole e altari legati ad altrettante famiglie di maggiorenti – comportava. Aspetto non secondario della sua attività è la commissione, al fratello Pompeo, delle opere pittoriche che oggi ornano l’imponente parrocchiale di Sale Marasino. Antonio muore a Sale Marasino il 20 gennaio 1699: suo successore sarà il cugino Giovanni Pietro.

Pompeo di Bartolomeo

Pompeo nasce a Marone nella casa in contrada del Forno nel 1633.
Le sue vicende artistiche sono note.

Alla sua biografia aggiungo tre ritrovamenti documentari recenti: l’atto di battesimo, le lettere del cardinale Pietro Vito Ottoboni al fratello Antonio, in cui si rivela il legame di amicizia che lega i due fratelli al futuro papa Alessandro VIII, e il testamento.
La data certa della nascita è per certi versi poco rilevante, mentre è interessante notare la qualità dei compadri che Bartolomeo sceglie per i propri figli – Andrea Almici (della facoltosa famiglia di Zone) nel caso di Lorenzo e il parroco di Provezze, Giacinto Serioli, per Pompeo – il che conferma la sua buona posizione economica e sociale.

Nel 1641 Pompeo vive ancora a Marone, come è dalla partita di suo padre nell’estimo di quell’anno (ha poco più di 7 anni); prima del 1650, ancora adolescente, è allievo presso la bottega di Ottavio Amigoni a Brescia; verso la seconda metà degli anni ’50 (dal 1651-1652, a circa 20 anni) è a Milano presso la bottega di Giovan Battista Discepoli detto lo Zoppo di Lugano, dove, a detta di Pellegrino Orlandi, rimase cinque anni. Al 1669 viene datata la pala con La Sacra Famiglia e sant’Antonio di Padova – la prima eseguita nella parrocchiale di Sale Marasino – sull’altare dedicato al santo francescano e a san Giuseppe. La datazione è coerente – al di là degli aspetti stilistici su cui non ho alcuna competenza – con un fatto documentato: dal 1660 è parroco di quella chiesa il fratello Antonio, con il quale il pittore ha ottimi rapporti, come attesta la lettera del cardinale Ottoboni pubblicata in appendice e come testimoniano le numerose commissioni che Pompeo riceve dalla parrocchia di Sale (ben nove tele sue sono conservate in questa chiesa); coincide verosimilmente con gli anni dal 1669 al 1699, in corrispondenza con la reggenza della parrocchia da parte del fratello Antonio, l’arco temporale in cui Pompeo compie le sue opere tra Sale Marasino e Marone (quattro opere a Marone e due a Vello).

Nel 1674 lo Scaramuccia – nel suo Le finezze dei pennelli italiani e sebbene Pompeo abbia 41 anni – lo chiama «giovane pittore» e da lui si fa accompagnare nella visita a Brescia; nel 1684, nella polizza d’estimo – ritrovata da Piercarlo Morandi – Pompeo dichiara di abitare a Brescia da 27 anni (il 1657, è, quindi, la probabile data di ritorno da Milano), «solo anni dodeci in circa con l’essercitio di pittore» (ecco forse il perché del «giovane pittore»); afferma, inoltre, di aver acquistato nel 1672 la casa in contrada del Cavalletto da Ottavio Zeni (che è suo cognato, parente acquisito con un matrimonio, in questo caso quello di Giovanni Pietro q. Giovanni Pietro, quest’ultimo fratello di Lorenzo, nonno di Pompeo).

Limitandoci alla zona sebina, e presumibilmente, come si è detto, tra il 1669 e il 1699, a Sale Marasino il pittore lascia La Vergine in gloria e i santi Zenone, Pietro e Paolo, Antonio Abate, Giacomo apostolo e Rocco all’altar maggiore della parrocchiale; L’apparizione della Sacra Famiglia a sant’Antonio da Padova in un altare laterale e, divisi fra la chiesa e la sacrestia, L’angelo custode; Il Cristo portacroce fra sant’Ignazio di Loyola e san Francesco Saverio e angeli; Gesù Bambino con san Filippo Neri e un santo dell’ordine gesuitico; San Giovanni Evangelista; San Sebastiano; Santa Caterina d’Alessandria; Santa Lucia; a Marone Santa Lucia (Collepiano); Sant’Apollonia (Collepiano); Madonna col Bambino; San Mauro guarisce un infermo; a Vello Il Battesimo di Cristo; Sant’Eufemia e santi; a Zone Il Giudizio Universale; a Montisola La Sacra Famiglia e i santi Antonio da Padova e Fermo (Santuario della Madonna della Ceriola di Siviano).

Le frequentazioni sul lago sono, dunque, piuttosto intense, almeno fino a che è vivo suo fratello. Dopo il 1699, il nuovo parroco, suo cugino Giovanni Pietro, intenta una causa a Pompeo e a suo fratello Giovanni Pietro, quali eredi di Antonio, per l’inaccorta gestione del beneficio parrocchiale compiuta, a suo dire, dal suo predecessore: i rapporti tra i due ceppi famigliari inevitabilmente peggiorano.

Pompeo è sposato con Maddalena (di cui non conosciamo il cognome), ma dal matrimonio non nascono figli o gli premuoiono: nel suo testamento del 1699, redatto forse sotto la spinta emotiva che segue la morte del fratello Antonio – non si descrive, infatti, in stato di malattia ma «sano per la di Dio grazia del corpo mente ed intelletto» – riconosce come figlio adottivo il «S.r Gio: Batta Lorenzini figl.o legitimo e naturale del q. S.r Baldessare da qt.a Citta hora pero hab.e in Venezia mio Figl.o leg.mo solamente cioe addottiero». Si tratta forse di un allievo (di cui non si conoscono comunque opere) o, più probabilmente, di un ragazzo affidatogli come famiglio. La sua ultima volontà è di essere sepolto nella chiesa di San Domenico a Brescia; la distruzione di quella chiesa e del convento adiacente non ci consente oggi di verificare se le sue volontà vennero esaudite.
Muore nel 1703.

Lascio ad altri, con maggiori competenze, trarre eventuali conclusioni.

I documenti riportati sotto sono conservati rispettivamente, il n° 1, nell’Archivio parrocchiale di Marone (titolo I/5/1, b. Stato delle Anime 1614-1770), i nn. 2 e 3 nel Fondo Ghitti (b. 001, doc. 014 e 019 le lettere di Ottoboni e doc. 028 il testamento).

Appendice

ATTO DI BATTESIMO DI POMPEO GHITTI
Die 6 Novemb° 1633 Pompeo Ghitti figl° di M. Barth° Ghitti et di Madalena sua moglie è stato Batt° p[er] me sud° [Antonio Giordani, rettore di Marone] comp[adre] il M° R. f. Jacinto Sergiolo Rettor di Provizze.

LETTERA DEL CARDINALE PIETRO VITO OTTOBONI
s.r Ant.o Ghitti Arcip.e di Sale Marasino Molto Rev.do s.re Mi sono state presentate le lett.re di V. S., e le ho vedute, e lette con molto gusto per la mia memoria, ch’ella conserva di me, e per l’affetto, che mi continua e l’assicuro, che io all’incontro non mi scordo di Lei, e che corrispondo col mio solito buon animo e desidero di giovarle sempre. Manderò a V. S. la medaglia benedetta che mi ricerca, e goderò molto quando mi succeda d’incontrar le sue soddisfatt.ni. Perseveri ad amarmi, et à pregar Dio per me che la ring.o del favor fattomi, et la saluto caram.te col s.r Pompeo suo fr.llo.
Roma 9 Novembre 1675 Al piac.re di V. S. Il Card.le Ottoboni
[Nota posteriore] “Creato Sommo Pontefice col nome di Alessandro VIII”.

TESTAMENTO DI POMPEO GHITTI
Copia
Testamento di me Pompeo Ghiti
Nel nome del Sig. Iddio; Non essendovi cosa piu certa della morte ne piu incerta dell’hora di quella, e percio dovendo la medema esser sempre sospetta nella mente, e nell’animo de mortali et essendo lodevole, e convenevole ad ogni Huomo di buon Giudicio e Prudenza el disponer delle sue sostanze, e far il suo ultimo testamento intanto che si ritrova non solamente sano e robusto del corpo, ma ancora placido, e quieto nell’animo, e non apettar d’esser soprafatto dal male, la forza del quale spesse volte confonde la mente in maniera che non solamente se / scorda delle cose temporali, ma ancora di se stesso, et delle eterne Percio io Pompeo Ghitti Figlio del q.m Sig Bartol.o Ghiti da Sale habitante pero in Brescia sano per la di Dio grazia del corpo mente ed intelletto riflettendo alle sud.te cose, e desiderando di ponere che tuti li miti Beni e facolta, e commandare come debba esser fatto doppo la mia morte, ho pensato, e risoluto di lasciare il mio presente in scritto Test.o il quale voglio che vaglia per ogni miglior modo. In p.o Luogo adonque raccomando l’Anima mia all’onnipotente S. Iddio alla B. V. Maria sua Madre, et à tutti li Santi di Paradiso pregandoli adesso per allora accio nel punto di la mia morte voglyno degnarsi della sua Protezzione et Assistenza. Item lascio che il mio corpo sia sepelito nella Chiesa de RRdi Pre di S.to Domenico di q.ta Città nella sepoltura d.a delli Praty. Item lascio che dall’inf.a mia Herede mi siano celebrate subito dopo morte messe cinquanta. Item lascio al S.r Gio: Batta Lorenzini figl.o legitimo e naturale del q. S.r Baldessare da qt.a Citta hora pero hab.e in Venezia mio Figl.o leg.mo solamente cioe addottiero, o sia arrogato // la mia casa di Brescia con tutti i suoi mobili Utensili Supelletili tali quali si ritroveranno al tempo della morte dell’inf.a mia herede, e questo per tutto cio che potesse pretendere [a titolo, aggiunto sopra] di legitima da me nella mia heredita o ne miei Beni, con questa espressa conditione pero che d.o Gio Batta non possa pretendere ne volere la mia Casa sud.a ne qualunque altra cosa di ragion della sua legitima voglio, che presti tutta la riverenza, e che sempre conservi verso la med.a quel rispetto e quell’ubidienza che deve un figlio tanto dalla med.a e da me beneficato. Che se il sud.o S.r Gio: Batta non si contentasse della conditione sud.a ma volesse,
o subito doppo morte, o anche qualche tempo dopo ma avanti la morte dell’inf.a mia herede pretendere, et escorporare dalla mia Heredita la sua legitima adesso per all’hora l’instituisco nella sola, et pura legitima, et l’escludo per sempre non solo dal Legato med.o, ma in tutto, e per tutto da tutto il restante dalla mia Heredità proibendo anzi al infr.a mia Herede il darli o lasciarli altra cosa fuor dalla sua pura et semplice legitima sotto qualunque valor e pretesto, e tanto in vita quanto doppo morte. In tutti li miei [altri, aggiunto sopra] Beni mobili Stabili Raggioni Relexoni, e Livelli cosi pnt.i come futuri salvi li sud.i Legati nella forma di sopra espressi instituisco, e voglio che sia mia Herede universale la Sig.a Maddalena mia dilett.ma Consorte la quale, sia libera, et assoluta Padrona di tuta la mia Facolta di modo che in tanto che ella vive possa in ogni bisogno d’esser dalla med.a solamente conosciuto, vender alienar, o impegnar qualuncho si sia parte, o tuti li miei beni eccetuata //
q.lla portione che potesse per legitima aspetarsi al Sud.o Sig.r Gio: Batta, e q.to voglia che posso fare in tanto che viverà in ogni occorrenza e bisogno come di sp.a. In caso poi di morte non possa disponere d’alcuna cosa, che gli sarà sopravanzata dalla mia heredità, se non per accrescer in qualche parte il Legato di s.a fatto al sud.o S.r Gio: Batta, in caso che l’avesse mentato e si fosse diportato bene, come gl’ho di s.a commandato, come glelo anco di s.a ristretto alla pura, e semplice Legitima in caso che la esgurtasse, o egli perdesse il rispetto, cosa che non credo. Tutto il restante poi della mia heredità, che non sara stato disposto dalla d.a S.ra Maddalena in Accrescimento del Legato sud.o, ma che sopravanzarà, e che vi sara al tempo della morte della sud.a S.ra Maddalena lascio, e voglio che sia delli Figlioli o Figliole, o suoi descendenti legitimi e naturali del S.r Pietro mio F.llo, che vi saranno a quel tempo liberam.te senza peso e gravame alcuno pure che d.i Pietro, e suoi Figlioli o Figliole non disturbino o inferiscano molestia alcuna alla d.a S.ra Maddalena nel qual caso poi possa liberam.te disponere anco doppo morte di tutti li miei beni et heredita. Questo voglio, e comando che sy la mia ultima volonta la quale voglio che vaglia per raggione del mio ultimo solenne inscrito Test.o, o anco non cupativo [?], e se non volesse per Testam.o voglia almeno per Codicillo, o per Codicilli o per Donatione Causa mortis per qualunque altra ultima volonta in quella miglior maniera, e forma che può valere; Percio renovo casso et anullo ogni o qualunque altro Test.o Codicillo Donatione Causa mortis et ogni altra ultima volonta che mai potesse haver fatto ancor che in quello vi fossero parolle abrogatario //
o derogazione al pnt.e dalle quali ne farei special mensione se havessi memoria.
Adi 3 Aprile 1699
Cosi come di s.a voglio, e commando che sia fatto et eseguito, et in fede mi son di proprio pugno sotoscrito
Io Pompeo Ghitti